“È naturale per me andare qua e là, dire qualcosa e poi qualcosa di contrario, e sentirmi meno intrappolata poiché non scelgo una versione singolare delle cose”, proclama Agnès Varda (1928-2019) – in modo alquanto enfatico, in modo alquanto profetico – già nella prima sala della prima esposizione postuma del suo lavoro ora in mostra alla Villa Medici, dopo il suo debutto al Museé Carnavalet l’anno scorso. La mostra Agnès Varda. Qui e là, tra Parigi e Roma sarà aperta fino al 25 maggio.
Lo spettro di principi e poveri, di ironia e umorismo

Entrambi i luoghi sembrano un habitat naturale per il suo lavoro che li abita senza pretese, come ha fatto lei nel laboratorio improvvisato accanto al negozio dei suoi genitori e dopo nel suo atelier in rue Daguerre a Parigi, successivamente soggetto del suo film Daguerréotypes. I volti che fissano dalle pareti danzano lungo lo spettro di principi e poveri, e, come se in una corsia parallela, lungo uno spettro di ironia e umorismo: dal delizioso Jean-Luc Godard a un trasandato negoziante di Montmartre, e da una maschera incatenata intrappolata in pesanti catene di metallo a un gatto che assume con sicurezza il suo posto sopra il tavolino da caffè di Place des Vosges.

Il viso a forma di luna piena di Varda, mezzo nascosto sotto una frangia quasi da scolara che lo taglia a metà, ha un senso dell’umorismo naturalmente intrinseco che sembra sempre voler proclamare: “aha, la battuta sei tu!”. È ugualmente la qualità che dà alle fotografie di Fellini, che aveva convinto a viaggiare verso la periferia della città per essere ritratto tra un mare di rocce, e una ragazza senza nome in costume da angelo fissata dai passanti con disapprovazione che lei deride.
Agnès Varda e la libertà radicata nell’immaginazione

Infatti, la sua è quasi sempre una doppia occhiata, come se uno avesse già incontrato i suoi personaggi della strada, e poi si fosse girato per confermare la loro visione. In questo modo, il suo lavoro lascia un retrogusto simile a quello di un altro belga, René Magritte. Ceci n’est pas Fellini, sembra voler dichiarare, tanto quanto Ceci n’est pas juste une petite fille! Oltre a una corrente sotterranea di ironia, il suo lavoro è pervaso da un senso di libertà sfrenata che non sembra essere radicata in un femminismo esplicito, ma piuttosto in un’immaginazione che non è mai stata incatenata.
Infatti, la sua è una follia che sembra radicata in un senso dell’umorismo che le impedisce di prendere qualcuno – forse incluso se stessa – troppo sul serio. È una follia che non ha un senso di follia alla Dali e non ha il retrogusto del turbamento di Van Gogh. Al contrario, all’interno dei suoi doppi sensi e anche nelle fotografie più serie c’è un gusto di un joyeux bordel, che le impedisce di scivolare in toni deprimenti.
La capacità di scoprire la realtà attraverso gli occhiali degli altri

Uscendo attraverso la porta di dimensioni lillipuziane di Villa Medici incastonata nella porta originale di legno di dimensioni giganti dopo l’esposizione, non potevo fare a meno di meravigliarmi della capacità di Varda di vedere attraverso gli altri senza apparire ferita lei stessa, senza il continuo auto-interrogarsi che è in qualche modo intrinseco agli artisti, e senza la malinconia che spesso lo accompagna.

Nell’ultimo schermo dell’esposizione, da qualche parte verso la fine della sua vita, seduta nel suo giardino davanti a un gatto finto, l’artista finalmente ci svela i contorni della sua risposta. L’“instabilità” della sua arte – con cui presumibilmente si riferisce alla sua capacità di destreggiarsi, esplorare e piegare stili e modalità di fotografia, documentario e film di finzione – era stata resa possibile sia dalle differenze artistiche che dalla stabilità della sua vita personale con Jacques Demy, un regista francese con cui è stata sposata per più di tre decenni.
La permanente instabilità delle immagini, il caos creativo di Agnès Varda

Quell’ammissione – che fa senza fermarsi – come se fosse la cosa più ovvia, evocava l’immagine di un caleidoscopio che mi affascinava da bambino. All’interno della stabilità dei suoi confini, prospera un’instabilità permanente di immagini che si assemblano e si riassemblano. Lo fa in modo alquanto inaspettato, apparentemente casuale, forse in definitiva non così diversamente dalle fotografie di Agnès Varda che si dispiegano davanti ai nostri occhi in questa esposizione – les images défilent – potrebbe aver detto in francese.
Il caos creativo di Varda era fortemente ancorato a una vita privata che, come un caleidoscopio, le permetteva di ruotare le immagini verso un’infinita molteplicità, senza “dover scegliere una versione singolare delle cose”. Era forse quella fluidità che, nelle parole di Nietzsche, le dava la possibilità “di dare alla luce una stella danzante” – la molteplicità di punti di vista che, come linee di costa, si sono purtroppo ritirate negli ultimi anni.
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