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Biennale di Venezia 2026 sposta il baricentro sul presente

La Biennale di Venezia 2026 ridisegna le priorità curatoriali, riportando l’attenzione sulla produzione attuale dopo alcune edizioni dedicate soprattutto alla rilettura della storia dell’arte.

Come cambia l’impostazione della mostra principale nel 2026?

Con Koyo Kouoh la mostra principale, intitolata “In Minor Keys”, segna una netta inversione rispetto alle edizioni 2022 e 2024. Curata postuma da un team dopo la sua morte nel 2025, l’esposizione riunisce 111 artisti provenienti da tutto il mondo, con una selezione che privilegia figure contemporanee a metà carriera e una distribuzione geografica più equilibrata.

Se Adriano Pedrosa e Cecilia Alemani avevano usato la Biennale per ampliare il canone storico, riportando in luce autori dimenticati, il progetto di Kouoh sembra indicare una nuova fase. L’urgenza di riscrivere la storia lascia spazio a un’attenzione più marcata verso le pratiche in corso e i protagonisti già attivi sulla scena.

Qual è l’idea curatoriale di “In Minor Keys”?

Kouoh aveva dichiarato di voler rifiutare ogni “orchestral bombast” per concentrarsi su registri emotivi più sottili, che includono anche musica e poesia. La lista degli invitati comprende 99 artisti singoli, cinque duo, un collettivo e, elemento inusuale, sei organizzazioni guidate da artisti, di cui quattro con sede in Africa.

Escludendo le organizzazioni, il gruppo di quest’anno è composto da 64 donne, 48 uomini e due artisti che usano pronomi neutri. Questa struttura riflette una sensibilità alle questioni di genere, ma senza trasformarle nel fulcro esclusivo del discorso espositivo.

Come si colloca Kouoh rispetto ai curatori delle ultime edizioni?

I dati su età e luogo di nascita degli artisti di Kouoh sono stati messi a confronto con quelli delle mostre principali curate da Adriano Pedrosa nel 2024 (“Foreigners Everywhere”), Cecilia Alemani nel 2022 (“The Milk of Dreams”) e Ralph Rugoff nel 2019 (“May You Live in Interesting Times”). L’analisi restituisce un quadro sorprendente.

L’esposizione del 2026 risulta infatti più vicina, sul piano demografico, a quella di Rugoff del 2019 che non alle due edizioni successive. Oltre il 90% dei partecipanti è ancora in vita, con una prevalenza di artisti di mezza carriera, molti dei quali già affermati nei contesti regionali ma in cerca di maggiore riconoscimento internazionale.

Inoltre, la mostra presenta un numero di partecipanti molto inferiore rispetto ai 331 artisti selezionati da Pedrosa. Questa scelta può essere letta come una risposta implicita alle critiche rivolte all’edizione 2024, giudicata troppo vasta, eccessivamente retrospettiva e, secondo alcuni, incline a un approccio identitario percepito come tokenistico.

Come si ridistribuisce la geografia degli artisti?

Prima donna africana a essere nominata alla guida della mostra principale, Kouoh ha impostato una ripartizione quasi paritaria tra artisti nati in paesi occidentali e quelli originari del cosiddetto Sud globale. Tale equilibrio richiama da vicino la struttura dell’edizione 2019 di Rugoff.

Nel 2022, con Alemani, circa il 75 percento degli artisti proveniva da Europa e Nord America, mentre nella Biennale del 2024 di Pedrosa tre quarti del cast era nato nel Sud globale. Il nuovo assetto si colloca quindi in posizione intermedia, cercando una bilanciata rappresentatività senza puntare su un unico blocco geografico.

Per questa analisi si è scelto di considerare il luogo di nascita, e non quello di residenza, per affrontare la complessità delle biografie di artisti spesso nomadi. Tuttavia, questo criterio non registra l’intera sfumatura dei percorsi personali: ad esempio, Alvaro Barrington è classificato come artista dell’area America Latina/Caraibi perché nato in Venezuela, pur essendo cresciuto tra Grenada e New York e vivendo oggi a Londra.

Qual è l’impatto delle organizzazioni e dei collettivi?

Le organizzazioni guidate da artisti sono state escluse dal set di dati principali, poiché non riconducibili a un singolo luogo di nascita. Invece, i cinque membri individuali del collettivo arms ache avid aeon sono stati conteggiati: quattro di loro sono nati a New York, contribuendo così ad aumentare la quota nordamericana.

Grazie a tali presenze, la percentuale di artisti nati in Nord America sale al 25 percento nel 2026, rispetto al solo 3 percento registrato nel 2024. È un balzo che rimodula l’asse geografico della Biennale rispetto al recente passato.

Particolarmente significativo è il dato riguardante gli artisti neri e indigeni nel gruppo nordamericano: rappresentano circa il 43 percento dei partecipanti provenienti da questa area. Tra loro spicca la defunta artista statunitense Beverly Buchanan, nota per disegni e sculture ispirati all’architettura vernacolare delle comunità nere del Sud degli Stati Uniti.

Quali presenze chiave emergono nel contesto nordamericano?

Buchanan è una delle due figure a cui Kouoh dedica una grande installazione pensata come “shrine”, un omaggio che rilegge criticamente la memoria recente. Inoltre, la mostra include lavori dell’attivista e cineasta Linda Goode Bryant, dell’artista Serpent River Ojibwa Bonnie Devine e di Big Chief Demond Melancon, noto a New Orleans per i suoi elaborati costumi di Mardi Gras.

Questi nomi contribuiscono a definire un panorama nordamericano in cui pratiche performative, impegno politico e culture visive comunitarie assumono un peso rilevante. In contrasto con alcune edizioni precedenti, l’attenzione non si concentra solo sulle istituzioni centrali, ma si estende a tradizioni radicate nei territori.

La posizione di Melancon, che incarna un immaginario legato alle Mardi Gras Indians, mostra come la Biennale apra il proprio canone anche a forme espressive spesso considerate marginali rispetto alle arti visive convenzionali.

Come viene rappresentato il continente africano?

Ex direttrice del Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo, Kouoh offre una visibilità sostanziale agli artisti nati nel continente africano. Questi costituiscono il 20 percento del totale nel 2026, a fronte del 10 percento del 2024 e del 6 e 7 percento nelle edizioni 2022 e 2019.

Tra i nomi citati figurano la scrittrice e performer camerunense Werewere Liking, la pittrice keniota-statunitense Wangechi Mutu e l’artista tessile malawiana Billie Zangewa. Le loro pratiche spaziano dal teatro alla scultura, dal collage all’uso sperimentale del tessuto, evidenziando la varietà delle ricerche africane contemporanee.

Questa crescita numerica non si traduce soltanto in maggiore presenza statistica, ma anche in una ridefinizione del baricentro culturale della rassegna, più sensibile alle prospettive del Sud globale.

Che ruolo giocano America Latina, Caraibi e Asia?

Gli artisti originari dell’America Latina e dei Caraibi sono 17, pari al 15 percento del cast principale. La quota è inferiore al circa 33 percento dell’edizione di Pedrosa, in linea con la sua esperienza alla guida del Museu de Arte de São Paulo, ma rimane comunque superiore al 9 percento del 2022 e al 7 percento del 2019.

La percentuale di artisti nati nell’Asia orientale o sud-orientale scende al 7 percento nel 2026, contro il 20 percento del 2019. Detto ciò, l’equilibrio complessivo sembra puntare più alla complementarità tra aree geografiche che a una concentrazione su specifiche regioni.

Questo spostamento evidenzia come il nuovo impianto curatoriale, pur non ignorando le aree tradizionalmente marginalizzate, si orienti verso un mosaico più calibrato tra centri e periferie artistiche.

In che modo la Biennale Venezia 2026 privilegia il contemporaneo?

La mostra del 2026 rappresenta uno scarto deciso rispetto al recente uso della Biennale come dispositivo di riequilibrio storico. Se nel 2022 e nel 2024 i defunti occupavano una posizione centrale, oggi sono solo quattro gli artisti scomparsi dal 2015 in poi, con una sola eccezione: Marcel Duchamp, morto nel 1968.

Considerato il padre dell’arte concettuale, Duchamp è anche l’unico artista in mostra nato nel XIX secolo. In netto contrasto, 107 partecipanti su 111 sono viventi, ribadendo la centralità della produzione attuale. Questo orientamento avvicina l’edizione di Kouoh a quella di Rugoff del 2019, in cui tutti gli 83 artisti selezionati erano in vita.

Sia Alemani che Pedrosa, invece, avevano dichiarato di voler riportare alla luce grandi figure scomparse rimaste ai margini dei racconti ufficiali. Nel 2022, dei 213 artisti invitati da Alemani, il 44 percento era già deceduto; nel 2024, la quota saliva al 64 percento, in linea con un forte interesse per il Modernismo e con la presenza di quasi 50 artisti nati nel XIX secolo.

Quali generazioni dominano la scena nel 2026?

Un’analisi più approfondita delle età rivela che 66 artisti viventi sono nati tra il 1950 e il 1980, cioè tra generazioni Boomer e Gen X. Essi rappresentano oltre il 60 percento dei viventi in mostra, contro il 25 percento del 2024 e il 35 percento del 2022.

Anche in questo caso, l’edizione 2026 si avvicina molto al modello del 2019, quando la quota di artisti nati tra il 1950 e il 1980 raggiungeva anch’essa il 60 percento. Il dato segnala un chiaro orientamento verso figure già rodate, ma ancora nel pieno della loro attività.

Fra i nomi più noti di queste generazioni spiccano Nick Cave (nato nel 1959), Carsten Höller (1961), Alfredo Jaar (1965) e Kader Attia (1970). Accanto a loro compaiono artisti con solide carriere regionali, come Godfried Donkor (Accra, 1964), Yoshiko Shimada (Tachikawa, 1959), Daniel Lind-Ramos (Porto Rico, 1953) e Alice Maher (Tipperary, 1956), per i quali la Biennale rappresenta un debutto globale.

Che spazio resta ai più giovani e agli artisti più anziani?

Gli autori nati negli anni Ottanta, che costituiscono circa un terzo della compagine 2026, mantengono una presenza stabile nelle ultime quattro edizioni. Al contrario, la quota di artisti nati negli anni Novanta cala dal 16 percento del 2024 a appena il 4 percento nel 2026.

Né gli artisti molto giovani né quelli molto anziani trovano grande spazio nella mostra principale. Solo il 5 percento dei viventi è nato prima del 1950; l’artista più anziana in vita è Mmakgabo Mmapula Helen Sebidi, classe 1943. Per confronto, oltre il 20 percento degli artisti viventi selezionati da Pedrosa nel 2024 era nato negli anni Venti e Trenta del Novecento, tra cui Linda Kohen (1923), scomparsa nel 2024.

La combinazione tra i dati su età e presenza di artisti defunti delinea due linee curatorali distinte: da un lato quella di Kouoh e Rugoff, focalizzata sul presente; dall’altro quella di Pedrosa e Alemani, maggiormente impegnata in una revisione del canone, seppur con differenti accenti geografici.

Cosa indica questa svolta per il futuro della Biennale?

L’allineamento tra la Biennale di Venezia 2026 e l’edizione 2019 suggerisce che la corsa a riscrivere la storia dell’arte, cifra distintiva dei primi anni Venti, non è più la priorità assoluta. Al suo posto sembra emergere un’attenzione più puntuale agli equilibri tra generazioni, provenienze e gradi di riconoscimento.

La mostra principale torna così a incarnare gli obiettivi tradizionali del grande appuntamento lagunare, ancora considerato da molti il più influente evento dedicato all’arte contemporanea a livello mondiale. Senza concentrarsi esclusivamente sui talenti emergenti né sui “grandi” del passato, “In Minor Keys” porta alla ribalta un ampio ventaglio di artisti già maturi, pronti a misurarsi con una scena internazionale sempre più frammentata e competitiva.

Nel complesso, l’edizione 2026 ridisegna i parametri con cui la Biennale può interpretare il proprio ruolo: non più solo tribunale della storia, ma osservatorio privilegiato di un presente complesso e in rapida trasformazione.

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