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Artemisia Gentileschi, riemerge a Villandry una Santa Dorotea

Una Artemisia Gentileschi attribuita compare nel catalogo Rouillac: il dipinto sarà battuto il 7 giugno 2026 al Château de Villandry, con stima tra 200 e 300 mila euro.

Perché il dipinto ha attirato subito l’attenzione?

La casa d’aste francese presenta una Santa Dorotea emersa da una collezione privata francese e restaurata prima della vendita. L’opera, un olio su tela di 74 x 62 centimetri, viene collocata negli anni napoletani dell’artista, tra 1630 e 1654.

Tuttavia, l’attribuzione resta un passaggio decisivo. Rouillac sostiene che la conferma sia arrivata da Keith Christiansen, studioso dell’arte del primo Seicento, con particolare attenzione a Caravaggio e al suo ambiente.

Il dipinto si inserisce così nel corpus di una delle figure più studiate del Seicento europeo. Inoltre, la scoperta ha rafforzato l’interesse del mercato per i lavori raramente documentati e sottoposti a verifica specialistica.

Come è riemersa l’opera?

Il ritrovamento nasce da una vicenda familiare. La proprietaria, pronipote del generale ingegnere della Marine francese Georges Raclot, conservava ancora il manoscritto del discorso pronunciato ai funerali del nonno nel 1957.

Quelle pagine ricordavano il piacere dell’uomo nel vivere in Borgogna, circondato dalle opere che amava di più. Tra quelle tele figurava anche quella oggi associata ad Artemisia Gentileschi.

Alla fine dell’estate 2024, l’attuale proprietaria ha contattato Aymeric Rouillac dopo aver visto un suo video su Instagram. La richiesta ha avviato una nuova fase di studio e confronto.

Quali elementi sostengono l’attribuzione?

Rouillac ha coinvolto Turquin & Associés e lo storico dell’arte Stéphane Pinta. Secondo le prime osservazioni, i dubbi sarebbero stati pochi fin dall’inizio.

In particolare, Pinta indica il trattamento del tessuto bianco, leggermente piegato e increspato, come una sorta di firma visiva. Inoltre, nota una costruzione cromatica molto sofisticata, che passa dal bianco freddo a veli grigio chiaro.

Da lì emergono tonalità più calde, fino alle pieghe viola e rosso vino del drappo. La pennellata, osserva il critico, è morbida e quasi spumosa, mentre il volto della santa assume incarnati ramati.

Nel complesso, questi passaggi rafforzano la lettura proposta dalla casa d’aste. Tuttavia, la storia conservativa dell’opera mostra anche modifiche significative intervenute nel tempo.

Che cosa ha rivelato il restauro?

Il recupero è stato seguito da Laurence Baron-Callegari. Il restauro ha mostrato che la composizione fu alterata in modo importante durante l’esecuzione.

In origine, infatti, l’architrave nella parte alta del dipinto era decorato con una serie di petali poi cancellati. Alcuni frammenti delle stratificazioni pittoriche originali li rendono ancora visibili.

Secondo Baron-Callegari, questi dettagli rimandano a una simbologia diversa, vicina quasi al tema della vanitas. Inoltre, la palma del martirio oggi presente appare problematica e poco definita, probabilmente aggiunta in una fase successiva.

La restauratrice osserva anche che la palma è stata realizzata con una vernice a lacca, che oggi ne complica la leggibilità. Le campagne ottocentesche e quelle dei primi del Novecento avevano già incontrato pentimenti e variazioni pittoriche.

Detto ciò, non seppero come gestirli e finirono per coprire alcune tracce della composizione originaria. L’ultimo intervento ha invece rimosso numerose ridipinture per restituire leggibilità alla superficie autentica.

Santa Rosalia o Santa Dorotea?

La lettura dell’iconografia non è ancora risolta. Oggi l’opera viene presentata come Santa Dorotea, ma gli studiosi oscillano tra diverse figure della tradizione cristiana.

Una prima ipotesi ha proposto Santa Rosalia, figura molto sentita nel contesto napoletano del Seicento. Dopo la peste di Palermo del 1624, il ritrovamento delle reliquie sul Monte Pellegrino ne favorì una rapida diffusione nel Regno di Napoli.

Alcuni elementi, come lo sguardo rivolto verso il cielo e la presenza dei fiori, sembrano andare in questa direzione. Tuttavia, il confronto con la celebre Santa Rosalia di Antoon van Dyck, conservata al Prado Museum di Madrid, rischierebbe di fuorviare l’interpretazione.

Nessun artista dell’epoca avrebbe collocato in primo piano una palma del martirio per rappresentare Rosalia, che non fu mai martire. Per questo la proposta è oggi considerata meno convincente.

Perché la pista di Dorotea appare più forte?

La presenza della palma spinge verso un’altra identificazione, ritenuta oggi la più plausibile: Santa Dorotea, martirizzata sotto Diocleziano nel 311. Secondo la tradizione agiografica, Dorotea inviò dal cielo rose e frutta al pagano Teofilo, che l’aveva derisa prima dell’esecuzione.

I fiori presenti nel dipinto potrebbero dunque alludere a questo episodio. Tuttavia, restano alcune anomalie.

Il culto di Dorotea apparteneva soprattutto alla tradizione spagnola ed era relativamente raro nell’ambiente napoletano, dove non aveva radici locali forti. In contrasto con altri soggetti del periodo, la sua presenza appare meno comune.

La prudenza, però, è necessaria. Molte opere di Artemisia Gentileschi sfuggono a un’identificazione univoca proprio per l’assenza di attributi codificati in modo netto.

Chi potrebbe aver posato per i dipinti napoletani?

Le nuove ricerche hanno riaperto anche il dibattito sulla modella dei dipinti napoletani dell’artista. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che il volto della Santa Caterina d’Alessandria, entrata nel Nationalmuseum di Stoccolma nel 2020, possa essere identificato con Adriana Basile.

Si tratta di una cantante e musicista napoletana nata intorno al 1586 e sorella dello scrittore Giambattista Basile. Adriana Basile fu una figura centrale tra Venezia e Napoli nei primi decenni del Seicento.

Dopo il soggiorno veneziano del 1623, durante il quale le fu dedicata una raccolta di poesia, si trasferì a Napoli ed entrò in contatto con l’Accademia degli Oziosi.

Secondo Rouillac, anche senza documenti che certifichino la presenza di Artemisia Gentileschi a Venezia negli stessi anni, un incontro tra le due donne resta plausibile. Gli ambienti condivisi avrebbero potuto favorirlo.

Baron-Callegari propone invece un’altra lettura: l’artista potrebbe aver usato se stessa come modello. La restauratrice invita a osservare il profilo del naso, il disegno delle guance e soprattutto l’intensità dello sguardo, definito penetrante e quasi giudicante.

In questo modo, il dipinto tornerebbe dentro l’universo personale dell’artista, fino alla sua stessa autorappresentazione. La discussione, comunque, resta aperta.

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