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Ars Sine Finibus, l’arte della fratellanza a Gorizia

Ars Sine Finibus è un progetto d’arte che nasce dalla sinergia di due aziende vitivinicole, una italia e una slovena: Gradis’ciutta e Ferdinand. Non è solo una Best practice di collaborazione tra privati per un progetto d’arte. È stato, infatti, reso possibile grazie al Fondo per piccoli progetti di GO!2025, Gorizia/Nova Gorica Capitale Europea della Cultura.

Un parco artistico transfrontaliero nel cuore del Collio/Brda

Nel cuore del Collio e del Brda, tra Italia e Slovenia, è nato un progetto artistico che supera ogni barriera geografica, culturale e linguistica. Ars Sine Finibus sarà un parco artistico permanente, disseminato tra i vigneti. Ospita opere nate dalla collaborazione tra giovani artisti provenienti da Italia, Slovenia. Si prospetta una visione senza confini che vuole costruire ponti laddove la storia ha lasciato divisioni.

Dal vino all’arte: la storia di un’amicizia

L’idea di Ars Sine Finibus nasce in realtà da un progetto precedente: Sinefinis. Un vino nato da un’amicizia tra due giovani produttori del Collio e del Brda. Sono Robert Princic della cantina Gradis’ciutta e Matjaž Četrtič della cantina Ferdinand. Dopo essersi conosciuti durante un master a Trieste, i due si rendono conto che, nonostante abitassero a una ventina di case di distanza — separate solo da una linea di confine — non si erano mai incontrati prima. Da lì nasce un sodalizio che porterà alla creazione del primo vino transfrontaliero della zona. La Ribolla Rebolium viene presentata nel 2011 ai rispettivi Presidenti della Repubblica, Giorgio Napolitano e Danilo Türk. Un evento simbolico che sancisce la possibilità di fare cultura — e impresa — oltre i confini. Si tratta di una vera “best practice” di collaborazione transfrontaliera.

Arte e agricoltura come custodi del paesaggio

La scelta della Ribolla come simbolo del progetto non è casuale. Questo vitigno, profondamente radicato nel Collio e nel Brda, ha attraversato la storia mutevole di questi territori.
Ars Sine Finibus è anche un modo per ripensare il ruolo del contadino e del produttore agricolo: non solo come lavoratori della terra ma come custodi di un paesaggio. Tra Gradis’Ciutta e Ferdinand, a soli tre chilometri di distanza, le opere d’arte tracciano un percorso immersivo nei vigneti. Ricreano un paesaggio agricolo uniforme e coeso. L’agricoltura e l’arte ridefiniscono un territorio segnato da guerre, passaggi di proprietà randomici, da politiche che non hanno considerato le persone.

Il confine come ferita e frontiera

A rendere questo progetto ancora più significativo è la sua posizione geografica. Il confine tra Italia e Slovenia in questa zona non segue una logica naturale: non è delimitato da un fiume né da una montagna. È una linea invisibile che ha separato per decenni famiglie, dialetti, economie, scuole, vite quotidiane. Eppure oggi, più che mai, Gorizia e Nova Gorica stanno ricominciando a dialogare. Il progetto artistico si inserisce proprio in questo processo di ricucitura, diventando un simbolo concreto di integrazione europea. Ars Sine Finibus si articola poi in due filoni complementari. Il primo filone ha chiamato in causa l‘artista affermato Marco Nereo Rotelli per la realizzazione di una doppia installazione. So(g)no ha visto coinvolti più creativi in un’opera dalla matrice collettiva.

Simboli, poesia e memoria molecolare

So(g)no consiste in due grandi sculture sferiche che dovrebbero evocare degli acini anche se con poco successo. Le sfere sono incise da Rotelli con simboli e parole, tratte dalle poesie di Valerio Magrelli e del poeta sloveno Aleš Šteger. Gli acini ospitano un’esperienza immersiva tattile, sonora e visiva. Le poesie sono state trasformate, infatti, in un accompagnamento musicale da parte del conduttore radiofonico Alessio Bertallot, in un processo definito di “molecolarizzazione” del testo poetico. Sono poi state incastonate 25 ceramiche di Giorgio Celiberti (1929). Inoltre, è stato coinvolto Riccardo Valentini, esperto di sostenibilità e membro del team IPCC vincitore del Nobel per la Pace. È uno dei pionieri delle misurazioni del flusso di carbonio terrestre. In questo caso è intervenuto con “Tree talking”. Il sistema da lui brevettato è stato installato sulle viti piantumate in prossimità delle sfere. I dati raccolti si trasformano in luci colorate all’interno di So(g)no.

La Call under 35 di Ars Sine Finibus

La seconda fase del progetto ha previsto una call pubblica rivolta ad artisti under 35 residenti e operanti in Italia e Slovenia. Sono state selezionate anche un’artista colombiana e una kirghiza che vivono in Italia. La call pubblica è stata promossa soprattutto tramite università e accademie d’arte di riferimento: Milano (Brera), Venezia, Gorizia-Nova Gorica e Ljubljana. Al bando hanno risposto più di 30 artisti accomunati da una sensibilità contemporanea e uno sguardo attento al contesto. Una volta scelti, sono stati invitati a una prima visita esplorativa di 48 ore sul territorio. In quella fase hanno potuto conoscere la storia, i materiali locali, le tradizioni contadine. Soprattutto hanno appreso la memoria collettiva che attraversa questa terra segnata dal confine.

Arte, territorio e memoria condivisa

I ragazzi sono stati suddivisi in coppie o gruppi da tre. Hanno realizzato a 4 o 6 mani opere che faranno parte di un parco artistico trans-frontaliero permanente all’interno dei vigneti. Ogni gruppo ha realizzato due opere in modo da creare dei “gemelli”, che siano omozigoti o eterozigoti. Sono stati installati in maniera speculare sul versante italiano e su quello sloveno. È come se tenessero una conversazione “abbattendo” il confine tra le due nazioni. Le sculture sono state realizzate esclusivamente con materiali di recupero per ridurre l’impatto ambientale e mantenere un legame forte con la ruralità del luogo. Vecchie doghe di botte, cerchi di ferro, tralci di vite, pali, bottiglie rotte: tutto racconta una storia. In alcuni cari sono effettivamente gemelle, in altri dialogano tra loro in modo complementare, evocando lo stesso messaggio da due prospettive diverse.

L’opera vincitrice del concorso: Scritto nelle pietre

Vincitrice del concorso, l’opera Scritto nelle pietre. Significativamente è stata elaborata da 3 artiste di origini diverse: la colombiana Juliana Florez Garcia, la slovena Tajda Tomšič, l’italiana Gloria Veronica Lavagnini. L’installazione rappresenta il confine che si è sgretolato: rimangono i mattoni per dare adito a un’alternativa. Al centro l’arco avvia una possibilità di apertura perché attraversandolo con lo sguardo si prospettano vicendevolmente il territorio italiano e quello sloveno, si specchiano l’uno nell’altro come fosse il medesimo paesaggio. Ciò dimostra una complementarietà naturale e una diversità forzata dalle ragioni di stato. I mattoni sono realizzati dalla ponca, la preziosa terra che fa crescere i vigneti. Sono 5 strati di marne (argille calcaree) e arenarie con diversi minerali (che rendono gli strati bianchi, gialli, grigi). La ponca, che al tatto sembra quasi cipria, testimonia che prima, al posto nelle colline, c’era il mare.

I mattoni sono elevati da steli arrugginiti come a comporre un prato fiorito. Al loro interno sono stati integrati i tondini dorati dei tappi in quanto l’oro è l’elemento luminoso che simboleggia un nuovo inizio.

Synergos o i legami fragili ma resistenti

È un’installazione a tema binario Synergos ed è composta da due cerchi di botti sovrapposti e da un tappo di botte che fa da base. È stata creata da Nailia Khamzina e Vanessa Stefan. Rappresenta la riconciliazione delle due terre, la linfa fertile che scorre dalle radici ai rami. Il cerchio sottostante contiene un mosaico le cui tessere sono i vetri delle bottiglie usate. In una delle composizioni spicca un grappolo d’uva, le tessere riecheggiano i colori del paesaggio retrostante. Il vetro che incapsula il disegno rappresenta la volontà di essere trasparenti e riscrivere una storia in comune. I materiali sembrano fragili ma posti insieme sono coesi e forti. L’idea è di trasformare una barriera di frontiera in un ponte.

Una gabbietta che accoglie il cielo

Particolarmente suggestiva è l’opera di Chiara Andolina e Tommaso Marchesi, intitolata “spazio di vite”. Si tratta di una grande gabbietta ispirata a quella dei tappi da spumante. Un oggetto marginale, spesso ignorato, ma fortemente evocativo, simbolo di attesa, di soglia. Gli artisti lo hanno trasformato in uno spazio da attraversare, costruito in tondini e fili di ferro intrecciati.

Il gioco e il dialogo come approccio risolutivo al conflitto

Pietro Chiarello e Jasmin Prezioso hanno realizzato due opere dialoganti, nate dal medesimo nucleo concettuale, legato al gioco e all’idea di incontro. Il loro lavoro parte dal pensiero di Homo Ludens di Johan Huizinga e si sviluppa in una riflessione estetica condivisa, dove la forma e la materia evocano archetipi dell’infanzia, della ruralità e del sacro.

L’opera Santuario

La prima opera, Santuario, nasce da una vecchia botte recuperata da una cantina in disarmo, situata a meno di cento metri dal luogo dell’installazione. Si tratta di un intervento site-specific che mantiene un legame con il territorio, anche attraverso l’utilizzo di materiali locali, come le travi e la ghiaia provenienti direttamente dal sito. La botte è stata trasformata in uno spazio raccolto, quasi domestico ma con un’aura sacrale: al suo interno si trovano un’aratro e una campana del 1939, strumenti che rimandano alla spiritualità popolare e alla ritualità del lavoro nei campi. Il colore azzurro, usato all’esterno, richiama il cielo e l’aspetto sacrale dell’opera, suggerendo il punto di vista del contadino che, curvo sulla terra, rivolge lo sguardo verso l’alto. Santuario diventa così un contenitore di memoria, uno spazio intimo che custodisce dedicato all’introspezione.

Un fortino aperto per il dialogo

La seconda opera, Fortino, ne è il contraltare aperto, leggero, effimero. È nata per prima, come idea di gioco e relazione: una struttura che, pur evocando la forma della botte, si presenta completamente aperta verso l’esterno e verso l’alto. È costruita con i pali delle vigne legati secondo un metodo contadino tradizionale, senza l’uso di chiodi. La sua natura “volatile”, data dai vuoti e dall’assenza di pareti chiuse, ne fa un’arena di incontro, attraversabile. Al centro, due sedute che richiamano i cippi stradali invitano a fermarsi: sono simbolo dei chilometri “macinati” ma anche di una dualità possibile. La superficie verticale su cui poggia Fortino è in contrasto con l’andamento orizzontale di Santuario, e insieme tracciano una riflessione sullo spazio e sul modo in cui esso viene abitato.

Sconfinare e Mucca senza passaporto

Sconfinare di Sofia Aloni e Lorenzo Lavezzo e Mucca senza passaporto di Lili Grudina e Daniele Poli riflettono in modi diversi il concetto di confine. Nella prima, due sculture speculari realizzate con botti di vino usate si fronteggiano. Una si bagna della luce del sole all’alba in Slovenia, l’altra del tramonto a Gradis’ciutta. Le doghe sono segnate dai cristalli del vino. La forma complessiva richiama un istogramma traducendo in grafico l’andamento demografico opposto di Gorizia e Nova Gorica. Nella seconda, una mucca “dipinta” su una vecchia porta evoca la storica foto del 1947 in cui un militare traccia il confine davanti a un animale inconsapevole. Il lato realistico si contrappone a uno astratto, quasi urbano, dove la texture “street” dissolve i contorni nei colori primari. Entrambe le opere interrogano l’idea di frontiera, tra materia e memoria, apertura e divisione.

Un progetto permanente per il futuro del territorio

Ars Sine Finibus non è un evento temporaneo, ma un parco artistico permanente, destinato a crescere nel tempo. Vuole attrarre visitatori, stimolare riflessioni, promuovere il territorio attraverso l’arte e la cultura. La sua forza sta nella collaborazione tra mondi diversi: arte, agricoltura, scienza. In un’epoca in cui i confini sembrano riemergere ovunque, Ars Sine Finibus mostra che è ancora possibile immaginare — e costruire — spazi comuni.

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