HomeArtisti di puntaBetye Saar e Roberts Projects: morta a 99 anni, nasce il Legacy...

Related Posts

Betye Saar e Roberts Projects: morta a 99 anni, nasce il Legacy Group

Betye Saar, una delle voci più originali e politicamente coraggiose dell’arte americana del Novecento, è morta nella sua casa di Los Angeles a 99 anni, quattro giorni prima di compiere un secolo di vita. L’artista si è spenta nel sonno, lasciando dietro di sé sette decenni di lavoro che hanno trasformato oggetti di uso quotidiano — bambole, assi da stiro, souvenir razzisti — in potenti simboli di resistenza e liberazione. La sua galleria di riferimento, Roberts Projects, ha reso omaggio alla sua eredità con queste parole: «La sua pratica ha trasformato oggetti comuni in opere d’arte rivoluzionarie, cementando il suo lascito come una delle artiste più influenti del nostro tempo».

Punti chiave

  • Betye Saar è morta il 27 luglio 2026 a Los Angeles, a 99 anni, quattro giorni prima del suo centesimo compleanno.
  • È considerata una figura centrale del movimento delle arti nere e femministe degli anni Sessanta e Settanta.
  • La sua opera più celebre, The Liberation of Aunt Jemima (1972), trasformò un’immagine denigratoria in un simbolo di resistenza afroamericana.
  • Il Betye Saar Legacy Group, fondato in collaborazione con Roberts Projects, gestirà la sua eredità artistica.
  • Diverse mostre del suo lavoro sono attualmente in corso negli Stati Uniti, tra cui una a Roberts Projects fino al 22 agosto e una al Palmer Museum of Art fino al 13 settembre.

La vita e il percorso artistico di Betye Saar

Primi anni e formazione

Nata a Los Angeles nel 1926, Saar conobbe il dolore fin da bambina: suo padre morì quando lei aveva cinque anni, per un’infezione che un ospedale segregato si rifiutò di curare. La madre la portò con i fratelli a Watts, poi a Pasadena, ma lei continuò a tornare nel quartiere di origine, rimasta affascinata dalle Watts Towers dell’artista italiano Sam Rodia, quelle strutture massimaliste e visionarie che sembravano costruite da una mente capace di vedere oltre il visibile.

La sua strada verso l’arte fine non fu lineare. Nel 1958, dopo un decennio di lavoro nel settore del servizio sociale, si iscrisse a corsi di design alla California State University, Long Beach, all’University of Southern California e alla California State University. Fu un corso facoltativo di stampa calcografica ad aprirle le porte dell’arte contemporanea. Le sue prime incisioni portavano già i segni di un immaginario soprannaturale: House of Tarot (1966), attualmente esposta alla Morgan Library and Museum di New York, ne è l’esempio più eloquente.

Il passaggio all’assemblage e le prime opere

La sua lunga abitudine a raccogliere oggetti trovati — souvenir, ninnoli, cianfrusaglie di mercatini — trovò forma compiuta nel 1969 con il primo assemblage, Black Girl’s Window. Un’opera insieme dolce e inquietante, in cui nove riquadri sopra la figura di una ragazza che guarda nella notte riflessa raccontano frammenti dell’arcana personale dell’artista: la morte del padre, il suo segno zodiacale, visioni del soprannaturale. L’opera è oggi nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York.

The Liberation of Aunt Jemima e la svolta politica

L’opera che cambiò tutto

L’assassinio di Martin Luther King Jr. segnò una svolta netta nel lavoro di Saar. Nel 1972, rispondendo a una open call per una mostra dedicata ai supereroi neri al Rainbow Sign di Berkeley, creò l’opera che l’avrebbe resa celebre in tutto il mondo: The Liberation of Aunt Jemima. Al centro dell’assemblage c’è un porta-matite a forma di “mammy”, il personaggio stereotipato che per decenni aveva dominato la pubblicità americana. Saar vi inserì un fucile nella mano della figurina e un collage politicamente carico sulla gonna, trasformando quell’oggetto di scherno in una minaccia sorridente contro il pregiudizio.

«È stato il primo pezzo, almeno in California, in cui un’immagine denigratoria è stata usata per ribaltare gli stereotipi», disse Saar al Guardian nel 2021, in occasione del ritiro del marchio Aunt Jemima da parte di Quaker Oats. «Quello è diventato il mio tema: prendere il negativo e renderlo positivo.» L’attivista Angela Davis affermò pubblicamente che quell’opera aveva acceso la scintilla del movimento delle donne nere.

Influenze politiche e culturali

La forza di The Liberation of Aunt Jemima non stava solo nella provocazione visiva, ma nella capacità di condensare decenni di storia razziale americana in un oggetto da scaffale. Saar capì prima di molti che la cultura popolare — le bambole, i souvenir, la pubblicità — era un campo di battaglia ideologico, e che l’arte poteva smontarne i meccanismi dall’interno. Per tutta la carriera continuò a setacciare mercatini e vendite di garage alla ricerca di oggetti che mostrassero come la cultura dei consumi avesse rappresentato gli afroamericani.

Influenze globali e sviluppi artistici successivi

Viaggi e ispirazioni culturali

Nel 1970, un viaggio al Field Museum di Chicago insieme all’artista David Hammons per vedere le collezioni di reperti africani, egiziani e oceanici aprì a Saar un orizzonte più vasto. Tornò da quel viaggio con una curiosità insaziabile per le culture della diaspora africana, che la portò a visitare Nigeria, Senegal, Brasile e Haiti. Ogni tappa introduceva nuovi materiali, nuovi simboli, nuove grammatiche visive nel suo lavoro.

La morte della prozia nel 1974 portò i cimeli di famiglia nell’opera, dando vita ad assemblage come Records for Hattie (1975). La spiritualità — non quella istituzionale, ma quella alternativa, animista, radicata nei riti e nelle cerimonie locali — rimase una costante. «Ovunque vada, chiedo: qual è la religione alternativa?», disse in un’intervista del 2021. «Ogni paese ce l’ha. Ero affascinata da quello che facevano, dalle loro cerimonie, e soprattutto dalle immagini visive.»

Installazioni monumentali e innovazione continua

Negli anni Ottanta e Novanta, Saar spinse il suo lavoro verso scale sempre più ambiziose. Creò installazioni immersive come House of Fortune (1988), con le sue suggestioni occulte, e grandi assemblage come il polittico Wings of Morning (1992). Continuò a produrre fino ai novant’anni suonati: nel 2023, l’Huntington di San Marino, in California, inaugurò Drifting Toward Twilight, una commissione site-specific che presenta una canoa in legno vintage di cinque metri sopra un letto di oggetti trovati nei giardini del museo — un’opera ispirata alle visite che la piccola Betye compiva con la madre e la zia in quel luogo, negli anni Trenta.

In primavera 2026 era stata ammessa alla American Academy of Arts and Letters. Un riconoscimento tardivo, forse, per chi aveva già cambiato il corso dell’arte americana.

Eredità, mostre e gestione dell’eredità artistica

Riconoscimenti istituzionali e mostre attuali

Nel corso di una carriera durata sette decenni, Saar è stata protagonista di decine di mostre personali in istituzioni di primo piano: il Los Angeles County Museum of Art, il Whitney Museum of American Art di New York, la Fondazione Prada a Parigi. Nel suo anno centenario, il suo lavoro era incluso in numerose mostre collettive da Boston a Miami.

Diverse esposizioni rimangono aperte al pubblico. Alla galleria Roberts Projects di Los Angeles, fino al 22 agosto, è visitabile «Let’s Get It On: The Wearable Art of Betye Saar», dedicata al suo lavoro come costumista — oltre 200 oggetti che documentano la sua collaborazione con l’Inner City Cultural Center tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Al Palmer Museum of Art di State College, in Pennsylvania, la mostra che esplora la sua influenza sugli artisti contemporanei resterà aperta fino al 13 settembre. Alla Morgan Library and Museum di New York, sette sue opere sono esposte nella rassegna dedicata al tarot, fino al 4 ottobre.

Il Betye Saar Legacy Group e la gestione dell’eredità

La gestione del corpus artistico di Saar è affidata al Betye Saar Legacy Group, fondato dall’artista stessa insieme al suo studio e a Roberts Projects. È un passaggio significativo: Saar aveva voluto partecipare in prima persona alla costruzione della struttura che avrebbe protetto e valorizzato il suo lavoro dopo di lei.

Saar lascia tre figlie — Lezley, Alison e Tracye Saar, anche loro artiste — sei nipoti e una tartaruga di terra. Alison e Lezley compaiono persino nella mostra al Palmer Museum, accanto a opere di Kara Walker e Romare Bearden: un segno di quanto profondamente la sua visione abbia permeato la generazione successiva.

Quello che Saar ha costruito in sette decenni non è semplicemente un catalogo di opere: è un metodo. L’idea che gli scarti della cultura — i souvenir razzisti, le bambole stereotipate, i cimeli di famiglia — possano essere strumenti di trasformazione politica e spirituale ha influenzato generazioni di artisti, da Kerry James Marshall in poi. Ora che non c’è più, quella lezione resta intatta nelle opere, nelle mostre aperte, e in un Legacy Group che dovrà decidere come portarla avanti.

FAQ

Per cosa è conosciuta Betye Saar?

Betye Saar è nota soprattutto per i suoi assemblage che fondono razza, magia e memoria. La sua opera più celebre è The Liberation of Aunt Jemima del 1972, in cui trasformò un’immagine denigratoria della cultura popolare americana in un potente simbolo di resistenza afroamericana.

In che modo gli eventi storici hanno influenzato il suo lavoro?

L’assassinio di Martin Luther King Jr. segnò una svolta politica decisiva nella sua produzione artistica. Fu proprio in risposta a quel clima che nel 1972 creò The Liberation of Aunt Jemima, opera che l’attivista Angela Davis indicò come una delle scintille del movimento delle donne nere.

Dove è possibile vedere attualmente le opere di Betye Saar?

Al momento sono aperte diverse mostre: una dedicata alla sua arte indossabile presso Roberts Projects a Los Angeles, visitabile fino al 22 agosto; una al Palmer Museum of Art in Pennsylvania, aperta fino al 13 settembre; e sette opere alla Morgan Library and Museum di New York fino al 4 ottobre. Le sue opere fanno inoltre parte delle collezioni permanenti del MoMA di New York e del LACMA di Los Angeles.

Chi gestisce l’eredità artistica di Betye Saar?

La gestione del suo corpus artistico è affidata al Betye Saar Legacy Group, fondato dalla stessa artista in collaborazione con il suo studio e con Roberts Projects, la galleria di Los Angeles che l’ha rappresentata per anni.

Contenuto realizzato con l’assistenza dell’intelligenza artificiale e con revisione editoriale umana.

Latest Posts