Al Grand Palais di Parigi Cézanne torna protagonista in una mostra ambiziosa che racconta la sua influenza sull’arte moderna e contemporanea. Ma c’è un problema: per vedere davvero le opere, oggi, sembra quasi necessario sopravvivere al pubblico.
Ma andiamo con ordine… Parigi ha appena riaperto uno dei suoi grandi palcoscenici all’arte. Dal 23 settembre il Grand Palais ospita Cézanne et nous, una grande esposizione dedicata a Paul Cézanne e alla sua eredità artistica, costruita come un dialogo tra il pittore di Aix-en-Provence e gli artisti che, dalla fine dell’Ottocento a oggi, hanno guardato al suo lavoro per reinventare la pittura.
Sono 174 le opere in mostra: 69 di Cézanne e 105 di 78 artisti, da Paul Gauguin a Henri Matisse, Pablo Picasso, Piet Mondrian, Joan Mitchell, Bridget Riley e Peter Doig.
L’idea curatoriale è interessante: non raccontare soltanto Cézanne, ma raccontare che cosa è successo dopo Cézanne. Come il suo modo di costruire la realtà attraverso colore, forma e prospettiva abbia aperto una strada che sarebbe arrivata fino al cubismo, all’astrazione e all’arte contemporanea.
Eppure, dopo aver visitato la mostra, la prima domanda che rimane non riguarda Cézanne. Riguarda il museo.
Il problema non sono i quadri. È tutto quello che c’è intorno. Cézanne, naturalmente, non ha bisogno di essere difeso.
Davanti a una Montagne Sainte-Victoire, a una natura morta, a un ritratto o a una delle sue celebri composizioni di bagnanti, non ha molto senso discutere se l’opera sia “bella” oppure no. Cézanne è Cézanne. È uno degli artisti che hanno contribuito a cambiare il modo stesso in cui la pittura occidentale guarda la realtà.
Il problema è un altro: quanto della sua pittura riusciamo davvero a vedere quando intorno a noi c’è un pubblico che si muove continuamente, fotografa, cerca il proprio posto davanti al quadro e occupa ogni centimetro disponibile?
La sensazione durante la visita è stata quella di una mostra sovraffollata. E non soltanto affollata nel senso inevitabile di un grande evento appena inaugurato: a tratti sembrava impossibile fermarsi davanti a un’opera senza dover aspettare il proprio turno.
Visitatori che si spostano continuamente per cercare l’angolazione migliore. Altri che fotografano l’opera, poi la fotografano di nuovo, poi fotografano la didascalia. E così quello che dovrebbe essere un luogo di contemplazione rischia di trasformarsi in un piccolo teatro della performance digitale. Non si va più a vedere un’opera: si va anche a documentare il fatto di averla vista.
La poesia perduta del museo
C’è qualcosa di quasi romantico nell’idea di stare davanti a un quadro senza fare altro. Guardarlo. Restare lì qualche minuto.Tornare indietro. Accorgersi di un dettaglio che prima non avevamo visto.
Lasciare che un colore, una forma o una pennellata producano una sensazione senza doverla immediatamente trasformare in una fotografia da condividere. Il museo, storicamente, è anche questo: uno spazio sottratto al rumore del mondo. Nella mostra di Cézanne questa dimensione viene invece spesso meno.
Gli spazi sono affollati e, in alcuni passaggi, la quantità di persone produce quasi una sensazione di claustrofobia. Ed è un peccato particolarmente grande quando il protagonista è Cézanne.
Perché la sua pittura richiede tempo. Cézanne non è un artista da consumare in tre secondi davanti a uno schermo. È un artista davanti al quale bisogna imparare nuovamente a guardare. Le sue superfici sembrano semplici soltanto da lontano; avvicinandosi, emergono le tensioni tra colore, forma, spazio e prospettiva.
Ma per scoprirle serve una cosa che un museo dovrebbe garantire: spazio mentale e fisico.
Biglietti contingentati?
Il Grand Palais vende biglietti con accesso a fasce orarie: sulla carta, dunque, il principio del contingentamento esiste. L’esposizione prevede infatti biglietti orari, oltre a un biglietto “libertà” che consente l’accesso senza prenotazione.
Ma la domanda è: qual è il numero massimo di persone che può entrare ogni mezz’ora senza compromettere l’esperienza di chi è già dentro?
Perché contingentare l’ingresso non significa semplicemente evitare che si formi una coda all’esterno. Significa anche controllare la densità di persone all’interno delle sale. Un grande museo dovrebbe avere il coraggio di dire: questo è il numero massimo di visitatori che possono vivere questa mostra contemporaneamente.
Anche a costo di vendere meno biglietti. Perché un biglietto da 19 euro non compra soltanto l’accesso fisico alle sale. Compra, implicitamente, la possibilità di fruire delle opere. E se davanti al dipinto c’è una fila di persone che aspettano di scattare una fotografia, quella possibilità si riduce drasticamente.
Cézanne attraverso gli altri: un’idea interessante, non sempre immediata. Va detto che la struttura della mostra è, concettualmente, molto più interessante di una semplice retrospettiva.
Il confronto può essere illuminante..Una delle intuizioni più interessanti è proprio quella di mostrare come un artista apparentemente concentrato su pochi soggetti — mele, montagne, bagnanti, ritratti — sia diventato una sorta di laboratorio permanente per generazioni successive. Il problema è che, durante una visita molto affollata, una parte di questo lavoro curatoriale rischia di perdersi.
E in alcuni punti la mostra richiede proprio quel tempo di confronto. Non basta mettere due opere una accanto all’altra: bisogna dare al visitatore la possibilità di capire perché siano una accanto all’altra.
E poi c’è l’audioguida, un altro elemento che incide sulla fruibilità.
Il Grand Palais la propone a 3 euro e la rende disponibile direttamente sullo smartphone del visitatore, attraverso un QR code. Il museo stesso invita esplicitamente a portare i propri auricolari.
La soluzione è certamente contemporanea e apparentemente pratica. Ma non è necessariamente inclusiva. Un visitatore giovane con smartphone e auricolari wireless non avrà particolari difficoltà. Un visitatore anziano, invece, può trovarsi davanti a una procedura tutt’altro che intuitiva: acquistare l’audioguida, accedere al proprio telefono, scansionare il QR code, utilizzare il dispositivo e soprattutto avere cuffie adatte.
Il risultato, in una sala affollata, può essere paradossale: persone che ascoltano l’audioguida direttamente dal telefono, altri che cercano di capire dove si trovi l’opera descritta, altri ancora che devono interrompere la visita per orientarsi.
Durante la visita, inoltre, la sequenza dell’audioguida non è sempre sembrata intuitiva: in alcuni momenti non era immediatamente chiaro a quale opera o ambiente facesse riferimento la traccia.La tecnologia dovrebbe rendere l’esperienza più accessibile. Non dovrebbe aggiungere un ulteriore livello di complessità.
Il paradosso di Cézanne
Ed è proprio questo il paradosso di Cézanne et nous. La mostra racconta un artista che ha insegnato alle generazioni successive a guardare diversamente. Ma per guardare davvero le sue opere, oggi, bisogna prima superare una serie di ostacoli contemporanei: il sovraffollamento, gli smartphone, le fotografie, le audioguide, il rumore, la ricerca del “momento perfetto” da immortalare.
Cézanne ha passato anni a cercare un modo nuovo di rappresentare la realtà.Noi rischiamo di non avere nemmeno cinque minuti per osservarlo.
Il mercato non ha dubbi sul suo peso
Se c’è un settore nel quale la centralità di Cézanne continua a essere misurabile con numeri difficili da ignorare, è quello del mercato dell’arte. Il record assoluto di Cézanne in asta appartiene a La Montagne Sainte-Victoire del 1888-1890, venduta da Christie’s a New York il 9 novembre 2022 per 137,79 milioni di dollari.
L’opera faceva parte della collezione di Paul G. Allen e stabilì il record d’asta dell’artista. È interessante anche la storia economica dello stesso dipinto: Allen lo aveva acquistato nel 2001 per 38,5 milioni di dollari. Ventuno anni dopo, la tela è stata battuta per 137,79 milioni. Il mercato di Cézanne, tuttavia, non si limita ai capolavori da nove cifre.
Nel 2019 Bouilloire et fruits del 1888-1890 aveva raggiunto 59,295 milioni di dollari, mentre nel 2021 L’Estaque aux toits rouges del 1883-1885 aveva raggiunto 55,32 milioni, entrambi da Christie’s New York. E il mercato continua a muoversi anche nel 2026.
Ad aprile, da Christie’s a Parigi, Femme assise (Madame Cézanne), un acquerello e matita su carta del 1902-1904, è stata venduta per 3,964 milioni di euro, stabilendo secondo Christie’s un nuovo record in Francia per un’opera su carta di Cézanne. A marzo, da Sotheby’s a Londra, Route tournante en sous-bois, un acquerello, carboncino e matita su carta del 1885-1890 circa, ha raggiunto 268.800 sterline.
Nello stesso giorno Paysage avec moulin, un olio su tela del 1860, ha raggiunto 166.400 sterline.E nell’ottobre 2025 Christie’s aveva venduto a Londra Maison de Bellevue et pigeonnier, circa 1890, per 5,54 milioni di sterline. Paysage del 1867 aveva invece raggiunto 381.000 sterline. Sono numeri che raccontano una cosa importante: il mercato non considera Cézanne un capitolo chiuso della storia dell’arte, ma un artista ancora capace di generare domanda ai massimi livelli.

Esperta di digital marketing, Amelia inizia a lavorare nel settore fintech nel 2014 dopo aver scritto la sua tesi di laurea sulla tecnologia Bitcoin.
Precedentemente è stata un’autrice di diversi magazine crypto all’estero e CMO di Eidoo. Oggi è anche co-founder e direttrice di Econique e della rivista Cryptonomist. E’ stata nominata una delle 30 under 30 secondo Forbes.
Oggi Amelia è anche insegnante di marketing presso Digital Coach e ha pubblicato un libro “NFT: la guida completa’” edito Mondadori. Inoltre è co-founder del progetto NFT chiamati The NFT Magazine, oltre ad aiutare artisti e aziende ad entrare nel settore. Come advisor, Amelia è anche coinvolta in progetti sul metaverso come The Nemesis e OVER.


